Banchetti romani: niente orge di cibo
Immagini un banchetto romano: occhi spiritati, montagne di cibo, ospiti che si abbuffano fino a crollare. Il simbolo supremo dell’eccesso. Ma la realtà era più sottile e rituale.

Jacques Louis David — "The Death of Socrates" (1787), public domain
Il mito del banchetto-orgiastico.
Film e romanzi ci vanno a nozze: romani sdraiati sui triclini, che si ingozzano, schiavi che portano portate infinite. Donne delicate che vanno a vomitare e poi tornano a mangiare. L’immagine definitiva della decadenza.
La realtà del banchetto: politica e spettacolo.
Il convivium romano era questione di potere, non solo di piacere. I padroni di casa sfoggiavano cibi rari—dai pavoni ai semplici legumi—per impressionare gli ospiti, non per abbuffarsi in privato. Fonti come Seneca e Giovenale prendono in giro i pochi ingordi; per la maggior parte, l’eccesso era imbarazzante, non ammirato.
Come è nato questo mito?
Satirici e moralisti antichi esageravano i vizi per bacchettare l’élite. Poi sono arrivati i quadri rinascimentali, la morbosità vittoriana e i film di Hollywood, e all’improvviso ogni romano è un festaiolo. La reputazione è rimasta—la realtà si è persa.
I banchetti romani erano vetrine di status, gusto e politica sociale. La gola esisteva, ma era oggetto di satira—presa in giro dai moralisti, non la regola. L’idea delle orge alimentari nasce più dalle ansie morali romane (e da Hollywood) che dall’archeologia.